È famoso per lo stile unico con cui incontrava il “nemico”. Non lo ignorava, non lo aggrediva.

Manteneva una linea amichevole che apriva al dialogo, seduti davanti a un tavolo con delle tazze riempite di buon the indiano.

Un modo diverso e atipico per esprimere un “no” e mantenere una posizione ben definita e altrettanto concreta.

Credo che la strategia di Gandhi sia un ottimo esempio per capire l’efficacia della meditazione alle esperienze della vita, perché l’approccio è proprio questo. È un approccio che parte da due fattori: un “no” e un “si”.

Per dirla come il Lama Tsoknyi Rinpoche, impariamo a dire “no” alla distrazione e a dire “si” al momento presente.

Un “si” che manteniamo con intenzionalità, allenando l’attenzione a riposare con precisione e morbidezza su un punto per periodi che diventano sempre più ampi.

Questa morbidezza è un fattore chiave, perché la meditazione è un processo di amicizia con noi stessi. Usarla come un’arma per combattere pensieri, emozioni e potenziali distrazioni in genere è dannoso. La mente diventa più rigida e reattiva, inquieta e conflittuale.

 

DETERMINAZIONE RILASSATA

La meditazione ha una qualità non violenta.

Esprime una determinazione forte e coraggiosa, priva di aggressione, che parte dal quel “no” alla distrazione e dal quel “si” al momento presente. Sono affermazioni decise, ferme e rilassate.

L’apertura e la malleabilità della mente in questo modo emergono e possiamo orientare l’attenzione con intenzionalità e dove serve, senza più trasformare ciò che avviene dentro e fuori di noi in distrazioni.

È la capacità di sperimentare ogni cosa mentre accade e senza perderci al suo interno.

Si crea un equilibrio dove rimaniamo aperti, senza più il bisogno di tagliarci fuori dalle potenziali distrazioni.

Meditare significa entrare in relazione con coraggio e fiducia con ogni esperienza, scegliendo dove portare il nostro focus, senza combattere né distrarci con gli stimoli che appaiono e si muovono attorno all’area di interesse di quel dato momento.

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