Capita di frequente di sentire persone che parlano del bisogno di prendersi cura di sé.

Alcune sottolineano la mancanza di tempo, altre lamentano la difficoltà nel farlo.

Siamo pronti a offrire ascolto e attenzione ad un amico in difficoltà. Quando in difficoltà siamo noi, invece, è più facile darsi contro con generoso utilizzo dell’autocritica.

La capacità di prendersi cura di sé viene descritta dalla parola compassione.

Nella psicologia buddhista la parola compassione indica la capacità innata di rimanere col cuore aperto davanti alla sofferenza, propria e altrui. È la capacità di sentire e di rispondere in una direzione di connessione, anziché reagire in una direzione di disparità.

La compassione abbraccia e accoglie tanto la nostra sofferenza quanto quella degli altri. Di fatto, non c’è nessuna differenza tra la compassione per sé e quella per gli altri.

Essendo una risorsa innata, la compassione può essere allenata e utilizzata quando serve.

La ricercatrice statunitense Kristin Neff concentra il suo lavoro sulla compassione e ha identificato tre fattori alla base di questa capacità.

PRESENZA MENTALE

È la capacità di notare ciò che accade, mentre sta accadendo, qualunque cosa accada (Rob Nairn).

Utilizzare la presenza mentale apre alla realtà della situazione per quello che è.

La meditazione è un allenamento che insegna a sentire e a vivere le esperienze in maniera più equilibrata. Fa uscire gradualmente dalla sovraidentificazione con le esperienze e dalla loro negazione. Entrambi sono meccanismi di evitamento per proteggerci dall’intensità di quello che proviamo, senza riuscirci.

L’allenamento alla presenza mentale della meditazione fa emergere qualità di chiarezza e apertura che portano maggiore equilibrio e benessere nella relazione con noi stessi e gli altri, anche nei momenti difficili.

GENTILEZZA

Significa portare calore e amicizia nella relazione con noi stessi. È un atteggiamento di comprensione e sostegno a noi stessi quando ci sentiamo sbagliati, inadeguati, o in genere soffriamo.

E’ alternativa all’autocritica e alla durezza con cui ci diamo contro quando siamo in difficoltà.

Le esperienze dolorose sono parte della vita. Anziché chiudersi e irrigidirsi, aumentando il livello di stress, frustrazione e autocritica, è possibile utilizzare una relazione amichevole e gentile con noi stessi.

UMANITÀ CONDIVISA

Perdere qualcosa o non ottenere quello che si desidera è fonte di frustrazione e dolore. Subentra spesso un atteggiamento di isolamento. È come se fossimo l’unica persona al mondo a fare errori, a mancare i propri obiettivi, a perdere qualcosa o qualcuno di importante.

Perdiamo di vista che tutti gli esseri umani soffrono. Mal comune mezzo gaudio? No, è riconoscere che la vita umana comprendere anche vulnerabilità, imperfezione (rispetto ai nostri ideali), sofferenza.

Sono aspetti che fanno parte della vita, proprio come i momenti di appagamento, soddisfazione e gioia.

Sentirsi inadeguati fa parte della condizione umana. È una aspetto della vita che si può accogliere e attraversare anziché intrappolarsi nell’idea che capita soltanto a noi.

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